1976-2026, 50 anni fa il terremoto in Friuli

Giovedì 6 maggio 1976, alle 21, la terra in Friuli tremò per 59 interminabili secondi, causando 989 morti, oltre 3.000 feriti e 200.000 sfollati. Il terremoto, di magnitudo 6,4 della scala Richter, segnò per sempre questa terra: 137 in tutto i comuni toccati, 17.000 abitazioni colpite e 5.700 chilometri quadrati devastati. Majano, Buja, Gemona, Venzone, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria e la fascia pedemontana i comuni più colpiti, dove all’alba del 7 maggio i primi soccorritori trovano morte e distruzione. Le immagini di un Friuli ridotto a macerie il giorno dopo fanno il giro del mondo e scatta così immediata la macchina della solidarietà e degli aiuti. Dall’estero i migranti friulani rientrano per tornare nella loro terra martoriata e aiutare i sopravvissuti a pulire e ricostruire. L’Italia intera si mobilita per portare soccorso ai terremotati e agli sfollati. A tutto ciò si affiancano l’aiuto delle istituzioni, dell’esercito italiano, ma anche di quello statunitense, canadese, francese, austriaco e tedesco che operarono nelle zone più colpite.

Oggi, a Gemona, è atteso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che, dopo l’arrivo all’aeroporto di Rivolto nel pomeriggio, raggiungerà in automobile la cittadina simbolo del terremoto per partecipare alla seduta straordinaria del Consiglio regionale convocata in occasione dell’anniversario del sisma. Prima però il presidente della Repubblica si recherà al cimitero di Gemona, dove riposano quasi 400 vittime. Verso le 17 prenderà avvio la seduta straordinaria del Consiglio regionale ospitata nel Cinema-teatro sociale. All’evento parteciperanno anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti.

Anche il tessuto industriale friulano fu duramente colpito: 279 aziende con oltre 10mila dipendenti, pari al 40% del sistema produttivo udinese costretto a fermarsi. Confindustria Udine ricorda così il ‘Modello Friuli’. “Il ricordo di quella tragedia resta vivo, ma ancora più forte è l’orgoglio per come il nostro Friuli seppe reagire – afferma il presidente Luigino Pozzo -. “Quella notte il nostro territorio perse tutto, ma non perse la determinazione. Gli imprenditori non si arresero: riaprirono le fabbriche, mantennero i posti di lavoro e posero le basi per la ricostruzione”. “Resta centrale il motto ‘Prima le fabbriche’ di monsignor Alfredo Battisti – sottolinea ancora Pozzo -. Ma è di grande profondità e attualità anche la frase di un altro esponente della Chiesa friulana, don Checo Placereani: ‘Il Friûl al á di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts’. La testa rappresentava l’innovazione, il progresso, l’Università, che fu istituita con una spinta decisiva della volontà popolare. I piedi rappresentavano il rischio concreto di una nuova immigrazione e di un arretramento sociale ed economico”.

Il rettore dell’Università di Udine, Angelo Montanari, ha ricordato le parole del cardinale Matteo Maria Zuppi nella sua omelia di 3 maggio a Gemona. “Il terremoto poteva essere la fine di tutto e, invece, è stato un inizio. Si inserisce qui la storia del nostro Ateneo. La popolazione e le istituzioni si mobilitarono da subito per raggiungere le 50mila firme necessarie per presentare una proposta di legge per la nascita dell’Ateneo. Le firme furono circa 125 mila, molte delle quali raccolte nelle tendopoli post terremoto. «Grazie a questo sforzo collettivo, il Friuli ottenne l’Università, l’unica in Italia nata per volontà popolare, che iniziò l’attività accademica il 1° novembre 1978».
Il Friuli di oggi, ancora ringrazia e non dimentica e lo fa rendendo omaggio alle quasi mille vittime del terremoto, questa sera alle 21, fuori dalle chiese di tanti Comuni per i rintocchi delle campane – cinquanta rintocchi, uno per ogni anno trascorso da quegli interminabili 59 secondi – a ricordo di chi ha perso la vita quella tragica sera.
E anche La Chiesa di Udine “ringrazia e non dimentica”. L’Arcivescovo mons. Lamba, infatti, ha invitato le Collaborazioni pastorali dell’intero territorio diocesano a celebrare un momento di preghiera e a suonare le campane alle 21.

 

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